Moda etica vs etichetta

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Nella moda, il dettaglio di un capo o di un accessorio spesso fa la differenza. Colori, stampe, una foggia particolare.
Ma di un’etichetta cosa sappiamo?

Ci mette in grado di ricostruire la filiera che si cela dietro un probabile prodotto globale?

  • Chi, dove e come ha prodotto il capo che stiamo per acquistare?
  • Quanti passaggi sono avvenuti dalla produzione della materia prima, alla distribuzione, fino a noi consumatori?

Se oggi è vero che un’etichetta tessile deve riportare obbligatoriamente:

  • nome o marchio del fabbricante, dell’importatore oppure del distributore,
  • composizione del tessuto con la dichiarazione delle fibre in percentuale, e
  • istruzioni relative alla manutenzione,

eventuali altre indicazioni riguardo la fase di produzione o la qualità delle fibre tessili restano meramente facoltative.

In assenza di una regolamentazione internazionale in grado di mostrare l’effettivo rispetto delle convenzioni in materia di lavoro, salute, ambiente e sicurezza, il mercato si è organizzato producendo strumenti di autocertificazione sociale e ambientale.

Sono i codici di condotta: carte etiche o certificazioni nate con l’intento di dichiarare al consumatore la conformità di comportamenti in ambito sociale e ambientale. Ma i consumatori possono fidarsi?

Verso la trasparenza: auditing e certificazioni

L’invito è anzitutto a diffidare di dichiarazioni aziendali unilaterali. Se manca il confronto con le parti sociali – i tanto spesso citati stakeholder (lavoratori, sindacati, Ong, comunità, enti locali), che in qualità di portatori d’interesse sono i destinatari delle ricadute (positive o negative) dei comportamenti aziendali – diventa impossibile verificare la realtà dei fatti, e qualsiasi certificazione resta priva di un valore concreto.

ingranaggi

Proprio per quanto riguarda filiere internazionali e autocertificazioni, il problema di individuare chi deve fungere da organo di controllo sulle questioni fondamentali del lavoro (salario dignitoso, discriminazione di genere, libertà di associazione sindacale, precarietà dei contratti di lavoro, salute e sicurezza) resta il punto fondamentale della questione.

Monitoraggio: la soluzione multistakeholder

Per ovviare alle lacune strutturali dei sistemi di monitoraggio commerciali, sono nate esperienze cosiddette multistakeholder. L’obiettivo è affidare questo tipo di controlli ad organismi terzi e indipendenti, rappresentando un’alternativa valida al business in crescita delle ispezioni sociali, che per la loro natura commerciale e dipendenza dal committente, non risultano idonee a questo compito.

In Europa, nel settore tessile l’esperienza multistakeholder più avanzata è quella di Fair Wear Foundation.
In Inghilterra e in Usa esistono rispettivamente Ethical Trading Initiative e Fair Labour Association.

Quali alternative al commercio mainstream?

Come orientarsi allora?
Il movimento del commercio equo e solidale è stato il primo a riqualificare la relazione tra Nord e Sud del mondo. Il CEeS ha creato partnership economiche con i piccoli produttori per sostenerne lo sviluppo, attraverso l’acquisto e l’accesso sui mercati del Nord di prodotti a prezzo equo per il produttore e trasparente per il consumatore, realizzando prefinanziamenti e altre forme di sostegno destinati alle comunità locali.

Oltre ai prodotti provenienti dal circuito italiano del commercio equo e solidale, sono presenti sul mercato quelli certificati da Fairtrade Italia.

Questo marchio dichiara di garantire il rispetto dei criteri del fair trade per la parte agricola, attestando che il cotone contenuto nel capo è materia prima 100% equa e solidale, OGM free.
Cotone certificato Fairtrade non significa certificato biologico, ma prodotto secondo gli standard della lotta integrata in agricoltura.

I prodotti provenienti dal circuito equo e solidale o con marchio Fairtrade spaziano dall’abbigliamento all’intimo, scarpe e accessori inclusi.
Provengono da filiere lunghe da un punto di vista geografico (Asia, Africa, America Latina), ma basate su stretti rapporti di collaborazione.

moda sostenibile

Ci sono poi prodotti green, eco-combatibili, in grado di ridurre l’impronta ecologica della produzione, concentrandosi sull’utilizzo di tessuti rigorosamente naturali, organici, trattati con tinte naturali, tesi appunto alla riduzione di rifiuti non riciclabili.

Se un prodotto è certificato bio, significa che questo riguarda tutta la filiera. Non significa invece assenza totale di prodotti sintetici e chimici nel processo produttivo, ma piuttosto il massimo contenimento di un loro possibile utilizzo, adottando prodotti biologici ove esistenti e processi produttivi e chimici alternativi che minimizzino l’impatto sull’ambiente e la salute delle persone.

Un prodotto bio indica un cotone 100% certificato biologico senza pesticidi, fertilizzanti chimici dannosi e OGM. Nel processo di manifattura non sono impiegate sostanze chimiche pericolose, le sostanze alcaline sono riciclate e non rilasciate in acqua e tutti i rifiuti sono trattati.

Merita spazio anche la moda dell’usato: questa ha origine negli anni 60 del mondo anglosassone, quando hippies e contestatori ebbero per primi l’idea di rivisitare in maniera creativa abiti smessi trovati nei mercatini.
Abiti e accessori vintage si possono trovare in negozi specializzati, in mercatini e fiere. Spesso vengono raccolti, processati e rimessi a nuovo da cooperative sociali.
Anche il baratto è una buona pratica, presente in Italia grazie a fiere specializzate e iniziative di scambio autogestito.

vintage

Quante sono quindi le strade percorribili per una una moda etica?

Commercio equo e solidale

Le organizzazioni del commercio equo e solidale accreditate Agices (Associazione generale italiana del commercio equo e solidale) espongono i propri prodotti presso le “Botteghe del Mondo“, negozi specializzati, oppure online.

Filiere corte

Filiere corte, solidali, oppure da cooperazione sociale.
Valorizzano la produzione locale, l’inserimento lavorativo di soggetti deboli, la riabilitazione sociale in carcere, l’autogestione e le imprese recuperate e sindacalizzate.

Multistakeholder

Capi provenienti da imprese coinvolte in iniziative multistakeholder di monitoraggio della filiera come Fair Wear Foundation, Ethical Trading Initiative, Fair Labor Association, o Social Accountability International.

tessili

Marchi volontari

Capi certificati con marchi come:

Naturali

Capi in fibre naturali e biologiche, trattati con tinture biologiche o a basso impatto ambientale. In caso di assenza di certificazione di prodotto, accertiamoci che almeno la materia prima sia certificata.

Recycled

Capi prodotti da imprese che adottano politiche virtuose in relazione all’efficienza energetica, alla gestione del ciclo dei rifiuti, al riciclo e riuso dei materiali, al packaging.

Vintage / Second hand

Tutti capi o accessori rigorosamente usati, ma dall’inconfondibile stile rétro.

Cruelty free

Capi ottenuti senza violenza sugli animali e senza utilizzare componenti testati sugli animali.

Per approfondire

Deborah Lucchetti – I vestiti nuovi del consumatore. Guida ai vestiti solidali, biologici, recuperati: per conciliare estetica ed etica nel proprio guardaroba. Altreconomia Edizioni

The price of free (film)

Riciclo creativo, progetto 1: fermacapelli elastico

Riciclo creativo

Prova dopo prova, abbiamo finalmente terminato di confezionare il prototipo finale del nostro modello con il tessuto scelto. E adesso? Cosa facciamo dei ritagli e degli avanzi? Li buttiamo via? Non se vogliamo sopravvivere alle sacre ire dell’Assistente Creativo…

Il rapido progetto che segue, indicato anche ai principianti del taglia & cuci, è utile anche per riciclare parti di abiti dismessi (basta conservarne pochi scampoli colorati) e per regalarsi o regalare qualcosa di semplice ma utile, orgogliosamente realizzato con le proprie mani.

Riciclo creativo, progetto 1

Cosa serve

    • cartamodello
    • forbici per carta
    • macchina per cucire oppure tagliacuci
    • forbici per tessuto
    • spilli da sartoria
    • scampolo di tessuto, almeno 62 x 12 cm (oppure 2 scampoli, ciascuno della misura di almeno 32 x 12 cm)
    • elastico (altezza 0,7 cm)
    • passanastri

Realizzazione

Cartamodello

  • Disegniamo su di un foglio di carta velina un rettangolo della misura di 31 x 12 cm.

oppure

  • Preleviamo il file PDF (in questo caso le due parti del cartamodello, una volta ritagliate e fatte combaciare sul punto marcato in rosso, andranno unite con del nastro adesivo. Il quadrato in alto invece, serve solo da verifica e una volta stampato deve misurare cm 10  x 10 ).

Piazzamento e taglio

  • Se disponiamo di un pezzo di tessuto unico, lo pieghiamo in due lungo il lato più corto e fissiamo con gli spilli il cartamodello al tessuto.

Quindi tagliamo il tessuto senza lasciare alcun margine. Il risultato sarà un pezzo di tessuto della misura esatta di 62 x 12 cm.

Sul cartamodello, la dicitura Centro intero indica proprio che il tessuto va piegato doppio su quel lato prima di passare al taglio.

  • Se invece abbiamo due scampoli più piccoli, poggiamo il cartamodello su entrambi e lo fissiamo con gli spilli, avendo cura di lasciare  1 cm a sinistra sul lato più corto, per il margine di cucitura. Quindi passiamo al taglio del tessuto. Come risultato otterremo due pezzi di tessuto della misura di 32 x 12 cm.

Confezione

  • Andiamo alla macchina per cucire e, se abbiamo due scampoli da unire, realizziamo subito una cucitura semplice sul lato più corto, lasciando 1 cm di margine.

Riciclo creativo, progetto 1, step 1

  • Pressiamo i margini apertiRiciclo creativo, progetto 1, step 2
  • Pieghiamo il tessuto, diritto su diritto. Realizziamo una cucitura semplice con margine di 1 cm sul lato lungo, tralasciando i 5 cm iniziali e finali. La cucitura sarà più semplice se avremo prima fissato i lati da unire con alcuni spilli. Quindi, una volta realizzata la cucitura, pressiamo il nuovo margine aperto.

Riciclo creativo, progetto 1, step 3

  • Dopo aver tolto gli spilli, voltiamo tutto sul diritto e realizziamo una cucitura semplice diritto su diritto su ciascun lato corto, ogni volta con margine di 1 cm.
  • A questo punto chiudiamo a mano le due aperture da 5 cm lasciate precedentemente, con piccoli punti a U, lasciando solo gli ultimi 2 cm aperti per permettere l’inserimento dell’elastico. (Questa è l’unica rifinitura realizzata a mano di tutto il progetto)

Riciclo creativo, progetto 1, step 5

Riciclo creativo, progetto 1, step 6

  • Spostandola, posizioniamo la cucitura alla distanza di 1 cm da uno dei bordi piegati. Realizziamo quindi una nuova cucitura a macchina all’interno del margine.

Riciclo creativo, progetto 1, step 7

  • Inseriamo l’elastico attraverso l’apertura con il passanastri e, una volta raggiunto il punto iniziale, leghiamo le due estremità nascondendole poi all’interno.

Riciclo creativo, progetto 1, step 8

Riciclo creativo, progetto 1

In alternativa, possiamo anche pensare di utilizzare un tessuto disegnato, tinto, oppure stampato con le nostre mani.

Ready-to-future: la sostenibile leggerezza del (design) tessile

Design sostenibile: sostenibile vuol dire sopportabile, tollerabile. Ma per design cosa si intende?

Il design è un processo evolutivo basato sulla generazione di idee, finalizzate alla creazione di un prodotto.

Le attività di ricerca e sviluppo sono cruciali in questo processo, dove  funzione,  qualità estetiche e richieste di mercato necessitano di una più che attenta opera di negoziazione.

Il design andrebbe perciò considerato come la ricerca delle soluzioni più adatte a risolvere i problemi sollevati durante la progettazione, tramite l’analisi, la sintesi e la valutazione.

Dovrebbe cioè consentire di tornare indietro da una fase all’altra nello sviluppo del prodotto, fino ad approdare alla soluzione migliore.

L’impatto della progettazione sulla produzione

Il sistema tessile opera oggi  prevalentemente utilizzando risorse non rinnovabili nella produzione di prodotti che vengono poi utilizzati per breve tempo, finendo negli inceneritori o in discarica.

I metodi di produzione di qualsiasi prodotto e l’impatto sociale e ambientale di quelli necessari a fabbricarli sono alcuni dei fattori cardine che ogni designer dovrebbe affrontare in ogni nuovo progetto.

Pensiamo ad un semplice tessuto di cotone. Anche se ce lo immaginiamo come naturale, diversi aspetti ne sottolineano la scarsa sostenibilità:

      • utilizzo di grandi quantità di acqua per la coltivazione
      • alto rischio di contaminazione di acqua dolce da fertilizzanti e pesticidi deflussi
      • salinizzazione dei suoli, dovuta all’eccessivo prelievo di acqua per le coltivazioni
      • probabile utilizzo di OGM (organismi geneticamente modificati)

piantagione di cotone

Riassunti da un punto di vista ambientale quindi, i problemi principali possono riguardare:

  • Consumo di acqua (nell’industria tessile, oltre che per generare vapore, viene utilizzata come mezzo per rimuovere le impurità, per applicare il colore e gli agenti di fissaggio)
  • Consumo di energia
  • Sostanze nocive per la salute umana (sia per i lavoratori che per i consumatori)
  • Sostanze nocive per l’ecosistema (emissioni di C02, per esempio nel trasporto dalle catene di distribuzione alla vendita al dettaglio; ed effetto serra: i gas emessi dalla produzione tessile sono maggiori della combinazione di quelli prodotti da voli internazionali e spedizioni marittime)
  • Packaging e scarti di lavorazione
  • Obsolescenza programmata, per cui un prodotto finisce in discarica quasi nuovo

In paesi in cui la legislazione in tema ambientale è debole (oppure ovunque si cerchi di eluderla, strizzando l’occhio al fenomeno della globalizzazione dei mercati), molti composti tossici rischiano di finire riversati nei corsi d’acqua e nei suoli, e possono anche essere trasportati lontano dalla loro fonte di origine attraverso le correnti oceaniche e atmosferiche.

Persino attraverso il semplice lavaggio domestico, vari tipi di indumenti sintetici possono rilasciare microfibre plastiche, di cui circa mezzo milione di tonnellate ogni anno contribuiscono all’inquinamento oceanico.

fondale marino

I ruoli del designer e del consumatore

Dato che l’80% dei costi economici e ambientali di un prodotto è il risultato delle fasi di progettazione precedenti alla produzione, il designer ha un ruolo fondamentale nella creazione di prodotti che abbiano il minimo impatto sociale e ambientale possibile.

Un design ecologico è sostenibile: i consumatori stessi dovrebbero pretendere la garanzia che i materiali usati per la produzione siano reperiti in modo appropriato e che i metodi di fabbricazione prevedano il minimo dispendio energetico.

Nel sistema moda, dove troppe filiere si perdono nell’opacità dell’economia sommersa e  nelle reti della produzione globale, siamo chiamati come consumatori a porci delle domande sull’origine e l’effettiva qualità dei capi di vestiario che indossiamo, (dove per qualità si intende l’impatto sociale/ambientale della produzione, oltre che la qualità intriseca del prodotto), senza dare nulla per scontato e diffidando delle apparenze.

Anche l’etica infatti rischia oggi di divenire un prodotto di mercato e uno strumento di marketing se poi nei fatti non si concretizza, e resta solo una dichiarazione d’intenti unilaterale e di facciata.


Potere d’acquisto: come scegliere cosa (non) acquistare

Quali sono allora per un consumatore attento gli indicatori spia per orientarsi nella scelta dei propri acquisti?

  • TRASPARENZA / TRACCIABILITÀ

In quanto consumatori, abbiamo il diritto/dovere di sapere in quali Paesi è avvenuta la produzione, come è composta la filiera produttiva, quali sono i fornitori e dove operano.

Attraverso queste informazioni diventa possibile valutare il livello di rischio sociale e ambientale connesso al prodotto e attivare verifiche indipendenti, attraverso associazioni di categoria, esperti, campagne.

  • COMPOSIZIONE DEL PREZZO

La struttura del prezzo sintetizza la distribuzione del cosiddetto “valore aggiunto” lungo l’intera filiera produttiva e descrive la distribuzione del potere tra i diversi attori.

Il prezzo trasparente non dice ancora se il prezzo riconosciuto a ogni attore della filiera è quello giusto per consentirgli di vivere in dignità, ma chiarisce almeno se siamo in presenza di fenomeni speculativi e asimmetrici.

Un esempio è il prezzo sorgente in agricoltura, che indica il primo prezzo al quale il produttore vende il proprio prodotto. Così facendo si mette in luce quanto lucra – alle spalle di produttori e consumatori – il segmento distributivo.

una fetta per ciascuno

  • RESPONSABILITÀ DI FILIERA:

Le aziende committenti hanno delle precise responsabilità quando decidono di esternalizzare la propria produzione.

I diritti sociali e il rispetto per l’ambiente devono essere garantiti in tutte le fasi, in qualunque Paese esse siano effettuate.

Un codice di condotta auto-certificato non negoziato con il sindacato, così come una certificazione sociale che non si avvale di ispezioni a sorpresa, sono viziate all’origine.

Lo “stakeholder engagement” verifica se le dichiarazioni d’intento di un’impresa trovano riscontro nella realtà dei fatti, attraverso l’ascolto di consumatori, lavoratori, associazioni ed enti locali.


Princìpi di economia circolare

Il concetto di economia circolare si collega ad una concezione della produzione e del consumo alternativa rispetto al modello attuale, e si basa su tre principi fondamentali:

1) Evitare sprechi e inquinamento.

2) Progettare prodotti di più lunga durata, sviluppati per l’aggiornamento, il riuso, il riciclo, l’invecchiamento e la riparazione.

3) Rigenerare i sistemi naturali (ad esempio preferendo l’impiego di energie rinnovabili in luogo dei combustibili fossili, o apportando sostanze nutritive al suolo per permetterne la rigenerazione).

il sole come fonte di energia rinnovabile

In conclusione, per avviare un cambiamento reale nel mondo odierno, la figura del designer dovrebbe immaginare non solo come verranno fabbricati e utilizzati, ma anche (o sopratutto) come verranno smaltiti i prodotti progettati.

Per approfondire

Deborah Lucchetti – I vestiti nuovi del consumatore. Guida ai vestiti solidali, biologici, recuperati: per conciliare estetica ed etica nel proprio guardaroba. Altreconomia Edizioni

A NEW TEXTILES ECONOMY: REDESIGNING FASHION’S FUTURE

Connecting the Threads: A Microfibers Research Guide

La bellezza dell’imperfezione. Pattern design con le tecniche Shibori

Nella tecnica Shibori spesso si utilizza un cordino per realizzare i pattern tessili

Shibori è un’espressione giapponese per definire la tintura a riserva e le diverse tecniche di decorazione utilizzate per creare motivi su tessuto.

Si tratta di un metodo antico (periodo Edo della storia del Giappone), tuttora utilizzato in diverse culture di tutto il mondo.

I motivi si possono realizzare con vari metodi: legatura, cucitura, piegatura, torcitura o compressione, da eseguire sempre prima di immergere il tessuto nel bagno di tintura.

Si piega il tessuto nel modo desiderato, fissandolo perchè resti piegato, quindi lo si immerge nel bagno di colore abbastanza a lungo perchè anche il colore si fissi.

La parola chiave resta sperimentare: mixando idee, tecniche, tessuti e colori, le possibilità si moltiplicano.

Pieghettatura e colore nelle tecniche Shibori di tintura tessile

Nella creazione di nuovi motivi, può essere una buona idea documentare i passaggi fatti tramite foto e un diario visivo:  in questo modo ricordare il procedimento sarà più semplice.

Ogni piega ha il potere di creare una variante e influisce sul disegno finale, e le zone non tinte, influiscono tanto quanto quelle colorate.

Considerare lo spazio e la collocazione del disegno nel progetto di un capo significa considerarne la simmetria e la dimensionalità.

Tutti questi elementi insieme contribuiscono a rendere una creazione tinta a mano veramente unica.

Scelta del tessuto e della tecnica

La cosa più semplice è iniziare da tessuti leggeri, come il voile di cotone, la seta o la mussolina, tutti utilizzati tradizionalmente in Giappone.

Essendo sottili,  hanno il vantaggio di rendere la penetrazione del colorante più rapida.

D’altra parte, anche se la tintura potrebbe impiegare più tempo a decorare tessuti più spessi e pesanti, questi potrebbero essere più adatti per l’utilizzo desiderato, come ad esempio rivestimenti o tende pesanti.

Anche la dimensione del capo è un fattore determinante nella scelta della tecnica di riserva: tecniche con lavorazioni più impegnative, come la riserva a cucito, potrebbero essere più adatte a capi piccoli o per la realizzazione di disegni piazzati.

Fase di preammollo

Sempre raccomandata prima di passare alla fase di tintura vera e propria, ha la funzione di garantire una colorazione uniforme del colorante.

Poichè il tessuto può restringersi una volta bagnato, è possibile che le riserve applicate si allentino e non siano più efficaci nel preservare queste zone dal colore. Il preammollo riduce questo rischio al minimo.

Inoltre l’acqua agisce temporaneamente da barriera, rendendo meno probabile il raggiungimento della zona trattata a riserva.

I tessuti più pesanti avranno bisogno di un periodo di ammollo più lungo.

Tecnica Shibori per avvolgimento

Un semplice metodo che prevede l’utilizzo di sassi intorno ai quali viene avvolto il tessuto, poi legato stretto con uno spago o degli elastici. Pur essendo semplice questa tecnica crea dei motivi molto interessanti.

Sassolini per mettere in pratica una tecnica Shibori di tintura tessile

Come:

    1. Si avvolge il tessuto intorno a un sasso, legandolo stretto, e lo si immerge in acqua per almeno un’ora, preferibilmente per tutta la notte.
    2. Si toglie il tessuto dall’acqua e lo si immerge nel bagno di tintura scelto.
    3. Una volta ottenuta la sfumatura di colore desiderata, si toglie il tessuto dal bagno di tintura.
    4. Si sciacqua il tessuto mentre è ancora legato.
    5. Aprendo il tessuto si scopre finalmente il motivo creato.
    6. Si lava il tessuto con sapone a ph neutro, lo si sciacqua a fondo e lo si stende ad asciugare.

Tecnica Mokume – imbastitura a punto filza

È una tecnica shibori con riserva a cucito, nota per il suo motivo strutturale effetto legno.

La riserva prevede l’imbastitura con ago e filo di linee parallele a punto filza. I fili vengono quindi tirati, creando un’arricciatura del tessuto, e conseguentemente delle zone compresse in cui il colorante non può penetrare.

Esistono diversi tipi di tecniche di riserva a cucito e questa è una delle più semplici.

Il mokume si presta bene ai tessuti leggeri e dalla trama fitta (voile, seta habotai), richiede precisione e la realizzazione di un disegno.

Con un righello e un gesso da sarta si vanno a tracciare le linee dell’imbastitura, meglio se realizzata con un filo di colore contrastante.

Sperimentando con piccoli campioni di stoffa si può comprendere meglio la tensione necessaria a tirare i fili.

Il mokume inoltre apre la porta a un’intera gamma di punti differenti, offrendo ogni volta risultati diversi.

Ago e filo per realizzare una particolare tecnica Shibori a riserva

Come:

    1. Si stira il campione di prova o la stoffa scelta.
    2. Con un gesso da sarta e un righello si tracciano delle linee orizzontali a intervalli di 2 cm.
    3. Utilizzando un filo doppio, lo si fissa con un nodo resistente. Si realizza l’imbastitura lungo la prima linea a punto filza. Raggiunta la fine si taglia il filo a 15 cm e se ne annodano le estremità.
    4. Si ripete il procedimento per ciascuna linea tracciata.
    5. Si prendono le estremità dei fili di ciascuna linea e si tirano con delicatezza, creando l’arricciatura. Si fissano i fili tirati con un nodo stretto.
    6. Si lascia in ammollo il tessuto per tutta la notte. Una volta tolto dall’acqua, si tampona l’eccesso di acqua con un asciugamano.
    7. Si mette il tessuto nel bagno di tintura scelto.
    8. Si risciacqua con acqua corrente, si tagliano i nodi e si tolgono tutti i punti. Si risciacqua finchè l’acqua non è trasparente.

Tecnica della spiegazzatura

La tecnica più semplice è molto spesso quella di maggior effetto.

Il tessuto viene raccolto o spiegazzato casualmente, quindi legato con spago o elastici prima di passare alla tintura. Il motivo risultante è casuale ed astratto, con righe direzionali simili a rami sull’intero tessuto.

Il fattore più importante è la tensione della legatura: troppa tensione (o troppo poca) creano infatti pochissimi motivi ed effetti.

Se non si è soddisfatti del risultati, si può sempre ritentare spiegazzando di nuovo.

Lo spago, utile in diverse tecniche Shibori di tintura tessile

Come:

  1. Si raccoglie il taglio di tessuto ammonticchiandone varie parti casualmente.
  2. Si fissano le varie spiegazzature con elastici o spago.
  3. Si mette in ammollo con acqua, preferibilmente per una notte. Una volta terminato, si tampona l’eccesso di acqua con un asciugamano.
  4. Si controlla che gli elastici o lo spago siano abbastanza stretti da resistere al bagno di tintura (il tessuto bagnato si restringe).
  5. Si immerge nel bagno di tintura.
  6. Terminato il processo di tintura, si risciacqua con acqua corrente e si toglie la legatura. Si risciacqua nuovamente fino a quando l’acqua non ritorna trasparente.

Coltivare il colore: realizzare tinture tessili naturalmente

Una dalia, fonte naturale di colore per le tinture tessili

Le tinture tessili naturali (quando realizzate con piante provenienti da coltivazioni biologiche, raccolte e conservate correttamente) sono un’alternativa ecologica ai colori sintetici perché derivano da risorse rinnovabili e biodegradabili.

Gli ingredienti e la tavolozza dei colori

  • Camomilla dei tintori (Anthemis tinctoria) Con i fiori si possono ottenere tonalità  di giallo, oro brillante, grigio-verde e verde scuro; da foglie e steli: tonalità da verde chiaro a verde brillante e grigio-verde.
  • Consolida maggiore (Symphytum officinale) Con le foglie si ottengono verde chiaro e scuro.
  • Erba di San Giovanni (Hypericum perforatum) Dai fiori possono risultare toni marroni chiari e gialli; rosa e verde.
  • Sambuco (Sambucus nigra) Dalle bacche: sfumature di viola, blu scuro e grigio.

  • Menta (genere Mentha) Con le foglie si possono ottenere colori dal verde acido al blu tendente al verde.

Foglie di menta per una ricetta tintoria naturale

  • Rosmarino (Rosmarinus officinalis) Si possono ricavare tonalità dal verde al marrone.
  • Mora (Rubus fruticosus) Da frutti, foglie e steli si ricavano toni dal rosa chiaro al blu-grigio scuro.
  • Curcuma (Curcuma longa) Anche senza utilizzo di mordente si ottiene un giallo brillante, che con il calore diventa più scuro e tendente all’arancio.

La curcuma, semplice ingrediente per tinture tessili naturali

  • Cipolla rossa (genere Allium) Dalle bucce si ottengono gialli, verdi e rosa-arancio brillanti.
  • Cavolo rosso (Brassica oleracea) Cede sfumature di colori che vanno dal lavanda all’azzurro intenso; con il sale si ottengono sfumature blu, con limone il colore tende al rosa.
  • Avocado Dalle bucce  si ottiene una tonalità rosa carne senza fare uso di mordente.
  • Carota (Daucus carota) Dalle estremità si ricava una sfumatura di giallo.
  • Da bustine e avanzi si realizzano sfumature di marrone.
  • Caffè (Coffea arabica) Utilizzando i fondi oppure i chicchi tostati sono realizzabili diverse sfumature di marrone.
  • Uva (genere Vitis) Con le bucce degli acini si creano toni blu-viola.

Acini d'uva per realizzare una tintura tessile

  • Olivo (Olea europea) Dalle foglie oppure da frutti e noccioli: sfumature dal salmone chiaro al verde petrolio (a seconda del mordente utilizzato).
  • Finocchio (Foeniculum vulgare) Utilizzando fiori, foglie e steli: da giallo brillante a verde scuro.

  • Noce (Juglans nigra) Con il mallo si crea un marrone carico; senza mordente si ottiene un marrone chiaro.
  • Acero giapponese (Acer palmatum) Dalle foglie rosso scuro si ottiene un rosa chiaro senza l’uso di mordente.
  • Bambù (genere Bambusa) Con foglie o rami, potati o caduti: gialli dorati e sfumature di crema.
  • Pioppo (Populus)Dalle foglie si ottengono grigi e neri.
  • Larice (Larix pinaceae) Utilizzandone gli aghi si ricavano toni marroni.
  • Abete rosso (Picea abies) Dalle pigne si ricavano tonalità di rosso.
  • Quercia (ghiande): senza uso di mordente: beige chiaro.
  • Melo selvatico (corteccia): toni dal rosa all’arancio.

  • Tarassaco (Taraxacum officinale) Utilizzando sia fiori che foglie si ottengono sfumature di giallo e verde.

Il tarassaco, un ingrediente per le tinture naturali tessili

  • Calendula (Calendula officinalis) Si ottengono tonalità di giallo.
  • Acetosella gialla (Oxalis pes-caprœ) Da fiori e foglie: colori da giallo brillante a oro, verde scuro.
  • Dalia (genere Dahlia): tonalità di giallo.
  • Lavanda (Lavanda angustifolia): grigio rosato anticato; con foglie e steli: sfumature di giallo.
  • Gelsomino (Jasminum officinale): gialli chiari e verdi pallidi.
  • Rosa canina (genere Rosa): beige rosato.
  • Amaranto (Amaranthus retroflexus): rosa.
  • Fiordaliso (Centaurea cyanus) Tonalità di blu-viola.

Fiordalisi e tinture tessili naturali

Estrarre i colori della natura

Nel procedimento si dispone il materiale vegetale in un contenitore di acciaio inox, con acqua sufficiente a coprire la fibra da tingere. Si utilizzano all’incirca 4 litri di acqua ogni 100 grammi di fibra asciutta.

Si può optare per la raccolta di acqua piovana (contiene pochi minerali e favorisce la resa di colori brillanti e luminosi), mettendo un bidone sotto la grondaia e trasferendola poi in una tanica.

L'acqua piovana, ottima per le tinture tessili naturali

Volendo, si può anche utilizzare l’acqua marina. L’alcalinità dell’acqua salata risulta infatti essere un agente modificatore o un additivo per tutte quelle ricette di tinture che richiedono alcalinità.

Che cosa tingere

Una volta estratta la tintura, è possibile colorare pressoché tutto ciò che risulti essere di fibra naturale.

Le tintura è adatta a molti tipi di fibre naturali, sia vegetali che animali, in particolare seta, lino, cotone e lana.

Fibre vegetali

  • Canapa
  • Lino
  • Cotone biologico
  • Bambù biologico

Fibre animali

  • Alpaca
  • Angora
  • Cashmere
  • Seta (cruelty free)
  • Lana di pecora

È anche possibile sperimentare sui filati da lavorare ai ferri, oppure su carta, paralumi e tappeti, e altri oggetti come perline di legno, conchiglie e cuoio, oppure su scarpe e abiti, (vecchi o nuovi). Si può anche tentare di rinnovare o restaurare il colore di vecchi capi sintetici.

Tenere un diario, un libro di ricette e un campionario

Il successo di una tintura naturale dipende da diversi fattori variabili, fra cui:

  • lunghezza del procedimento
  • quantità di calore impiegato
  • freschezza del materiale vegetale
  •  parti della pianta utilizzate
  • metodo di tintura
  • tipo di acqua e mordente utilizzati

Un ricettario per le tinture tessili naturali

Se il risultato è soddisfacente, basta annotare tutto il procedimento anche nel libro delle ricette, inserendo un campione del risultato, in modo da poter riprodurre la stessa tonalità di colore.

Per creare il campionario si può tenere un pezzetto di fibra o di tessuto e appuntarlo su di un cartoncino. Sul retro si potranno riportare la ricetta, la data dell’esperimento e le note sul metodo utilizzato.

I campioni permettono anche di verificare la tenuta del colore, una volta lavato o esposto alla luce.

I materiali

Gli utensili utilizzabili sono spesso attrezzi da cucina, ma una volta destinati alle tinture di colore non vanno più utilizzati per preparare cibi e pietanze.

Le pentole devono essere sufficientemente grandi: il tessuto immerso deve poter essere “mescolato” facilmente e senza pericolo che trabocchi la tintura.

I coperchi aiutano a far bollire velocemente ed evitano che odori e fumi si disperdano.

L’acciaio inox è il materiale d’elezione perché non nuoce al colore della tintura, né lo modifica.

Il metodo di tintura a freddo

Con le fibre animali è importante la fase di preparazione: almeno un’ora ( o anche tutta una notte) dovrebbero restare immerse in acqua. Quindi si procede con il bagno di tintura.

Il bagno di tintura può durare da una notte a diversi giorni, a seconda della gradazione di colore desiderata.

Le fibre vegetali si tingono ottimamente a temperatura ambiente, ma vanno immerse e mantenute nel bagno di tintura per parecchi giorni.

La lavanda è uno degli ingredienti utilizzabili per realizzare una tintura tessile naturale

Approfondimenti

Permacouture Institute

Slow Fashion

Pattern design con la tecnica Serti

Set di pennelli per dipingere

La tecnica Serti è una particolare tecnica di tintura a riserva, impiegata per dipingere su tessuto. È adatta a qualsiasi genere di soggetto, ma è fondamentale realizzare disegni a forme chiuse.

In corrispondenza dei contorni si applica la gutta, un impermeabilizzante che impedisce al colore di espandersi.

L’ideale è quindi un disegno dalle forme ben definite e con una struttura grafica evidente, costituita da forme chiuse, evitando superfici troppo importanti per i fondi, o dettagli troppo piccoli e minuziosi, più adatti alla pittura diretta.

I materiali e le attrezzature

    •  piano di lavoro (un tavolo)
    • telaio in legno e puntine da disegno
    • taglio di tessuto (la seta habotai è molto utilizzata)
    • pennelli e tamponi
    • guttaperca e colori specifici per tessuti (reperibili nei negozi per le belle arti), a base d’acqua
    • applicatore e tiralinee

Il piano di lavoro

Occorrerà un buon tavolo su cui disporre il telaio. Il telaio è fondamentale, perchè il tessuto dovrà stare sempre distaccato dalla superficie del tavolo stesso.

Nel caso in cui le dimensioni lo richiedessero, il telaio andrà appoggiato a dei cavalletti.

Si può scegliere di lavorare seduti oppure stando in piedi, ma nel secondo caso si avrà una visione d’insieme più completa.

Con un telo di plastica o con vecchi giornali si protegge invece la zona di lavoro.

Il telaio

Per tendere bene il tessuto, che non deve entrare in contatto diretto con il piano di lavoro, è necessario l’uso di un telaio.

Più la superficie del tessuto è tesa in modo regolare, più si sarà facilitati nel lavoro.

In commercio se ne trovano di diversi tipi, ma nella scelta la qualità del legno è un fattore importante, perché per tendere il tessuto si utilizzeranno delle puntine da disegno.

In ogni caso, per allestirne uno bastano quattro listelli di legno stagionato (sezione 3-4 cm, lunghezza da 60 cm a 1 m circa), da lavorare con un seghetto per realizzare alcune tacche ad intervalli regolari, che ne permettano il montaggio ad incastro, secondo le dimensioni del tessuto da dipingere.

Il telaio in legno per dipingere su tessuto

Nell’esempio della foto, le tacche misurano 1,5 cm sia in lunghezza che profondità, e distano l’una dall’altra circa 8,5 cm.

Fissare il tessuto

Applicando delle puntine da disegno, è possibile fissare il tessuto al telaio.

Esistono diversi tipi di puntine: quelle da architetto (a tre punte) hanno il vantaggio di penetrare completamente nel legno.

È importante cominciare sempre partendo da un angolo, fissando la stoffa al telaio ogni cinque centimetri circa, e procedendo su di un lato perpendicolare al precedente.

Dopo un po’ di pratica, una buona tensione del tessuto ne richiederà senz’altro meno: un quadrato di seta di 45 centimetri di lato avrà 4 puntine ai 4 angoli, e 2 su ciascuno dei lati.

Pennelli e tamponi

I pennelli più adatti alla tecnica serti, sono quelli usati per l’acquerello: rotondi, morbidi e con la punta sottile.

Materiali per acquerello

Per la campitura dei fondi (le superfici più grandi) è meglio utilizzare un pennello piatto, cosiddetto “a lingua di gatto”, oppure servirsi di alcuni tamponi.

I tamponi si preparano appallottolando strettamente una striscia di cotone idrofilo, avvolgendola poi in una garza. e fermando il tutto con una molletta per i panni.

Per superfici più limitate possono andare anche dei semplici cotton-fioc.

Tamponi e cotton-fioc, ciascuno per ogni colore, vanno gettati dopo l’uso. I pennelli invece andranno lavati immediatamente dopo averli adoperati in un bagno di acqua tiepida e sapone neutro, oppure di alcool puro.

L’operazione di lavaggio va eseguita anche quando si cambia colore, con l’accortezza di asciugare accuratamente l’acqua o l’alcool residui, per evitare macchie o aloni.

I colori

I colori per dipingere su tessuto (seta, cotone e tessuti sintetici) con  la tecnica serti, sono facilmente reperibili nei negozi di belle arti, già pronti per l’uso e diluibili in acqua.

La gamma dei colori disponibili solitamente è ampia e curata nell’assortimento.

Oltre ai colori adatti per tutti i tessuti, ne esistono altri tipi in forma concentrata: sono i cosiddetti inchiostri professionali per seta e lana, diluibili in soluzioni di acqua o di acqua e alcool industriale al 50%.

La gutta

La gutta è una resina. Si presenta sotto forma di liquido denso e semitrasparente (ma in negozio se ne trovano anche varianti colorate).

Due tipi di gutta (trasparente e colorata), applicatore e tiralinee

Una volta applicata e asciutta, si trasforma in una sostanza gommosa che aderisce al tessuto, rendendo impermeabile la parte trattata.

La gutta incolore si lava via dopo il fissaggio.

Il procedimento

I motivi si realizzano tracciando anzitutto i contorni con la gutta, che una volta asciutta, impedisce al colore liquido di espandersi oltre le zone stabilite.

La prima operazione da compiere è quindi quella di tracciare il disegno del soggetto sul tessuto teso sul telaio.

Vi sono diverse possibilità:

  • per ricalco, a matita se il tessuto è sufficientemente leggero, di un modello preparato in precedenza. Nel caso di un tessuto pesante, la carta carbone può essere una soluzione, avendo cura di tracciare i segni con mano leggera, poichè l’inchiostro scuro si cancella con difficoltà.
  • a mano libera, a matita (anche se è consigliabile tenere accanto degli schizzi preparatori) oppure per i più esperti direttamente con la gutta, senza alcun tracciato guida e seguendo l’ispirazione del momento.

L’importante comunque, è circoscrivere in forme chiuse tutte le zone da colorare.

Per la fase successiva, l’applicazione della gutta, ci si può servire di un pennello oppure dell’apposito applicatore: un contenitore in plastica morbida, fornito di un tappo allungato all’estremità, da forare il più finemente possibile con un ago.

Per ottenere un filo di gutta particolarmente sottile è anche possibile applicare il tiralinee (un puntale avvitabile).

il residuo va eliminato subito, effettuando la pulizia del contenitore.

La penultima fase è quella della colorazione: se la gutta è asciutta, si passa a dipingere l’interno ed eventualmente l’esterno del filo di resina.

Il colore va dato partendo dal centro della superficie, lasciando che si spinga fino al tratto di contorno.

Infine la fase finale del fissaggio:  si esegue seguendo le indicazioni fornite sulle confezioni dei colori, solitamente utilizzando un ferro da stiro sul rovescio del tessuto.

(Big Bag!) Design: storia, materiali, modelli

Big Bag! Design (un universo in espansione)

Qual è stato il primo modello di borsa della Storia?

Probabilmente simile ad una bisaccia in pelle, per secoli non cambiò sostanzialmente di forma e si portò appesa alla cintura o al collo per mezzo di cinghie o nastri.

Nel Medioevo, il potere della castellana (châtelaine) era simboleggiato dalle chiavi appese alla sua cintura. Da tale uso derivò una particolare forma di borsa, chiamata appunto châtelaine,  e rimasta in uso per diversi secoli.

Dalle borse piccole (la scarsella, in francese aumônière, era quella dei pellegrini) deriveranno poi tutte le borsette da sera. In particolare, all’inizio del Novecento, con il ritorno dei vestiti aderenti e l’abolizione delle tasche, nasce la moda della borsa a mano, in cuoio o in rete metallica, con fermagli in metallo e manici corti o catenelle.

Talvolta le borse a mano raggiunsero dimensioni talmente ridotte da tradursi in “borsette da dito”, realizzate in maglia d’argento.

Le borse più grandi invece si sono sempre adattate alla moda per il giorno, specializzando la loro funzione con il mutare dei costumi.

In particolare, nell’Ottocento, con il diffondersi dei viaggi, nacque l’esigenza di una robusta “valigetta” in pelle, dotata di manici, serratura e scomparti per incartamenti e biglietti.

I materiali

Le borse del passato erano confezionate per lo più in pelle, ma talvolta anche con materiali come il velluto ricamato, o la seta ricamata con perline.

Tra i materiali moderni troviamo invece pelli e scamosciati sintetici, prodotti in diverse finiture, pesi e colori. Le pelli sintetiche hanno il vantaggio, oltre ad essere rispettose degli animali, di non presentare le imperfezioni tipiche di quelle naturali.

Altre possibilità le offrono i materiali più disparati, che troviamo su tanti indumenti e giacche,  o quelli utilizzati per l’arredamento: velluto, tessuti da tappezzeria, tela canvas, iuta, raso, seta, lana, corda, paglia (naturale o sintetica), ecc.

Bag Design notes

Quali sono oggi  le basi dei modelli più conosciuti e utilizzati?

Bucket (Secchiello)

È un tipo di borsa da spalla (shoulder bag) a forma di secchiello, con un ampia apertura nella parte superiore e un fondo ovale o arrotondato, e manico o tracolla.

Un esempio di borsa a secchiello

Frame

Una borsa con un inserto metallico per la chiusura (a scatto, con manopola o pulsante). Molto usata per le borsette da sera.

 

Un esempio di borsa modello frame

Tote (Shopper)

La borsa portatutto per definizione, dalle dimensioni medio-grandi, con un ampia apertura nella parte superiore e due manici.

 

Un esempio di borsa tote bag

Hobo

Una borsa da spalla dalla forma di mezzaluna. Solitamente ha una chiusura superiore a zip e una tracolla.

Un esempio di borsa modello hobo

Barrel

Borsa dalla forma cilindrica con chiusura a zip e manico o manici corti.

Un esempio di borsa modello barrel

Messenger

Originariamente progettata per i corrieri in bici (in alternativa allo zaino), è una borsa spaziosa, dalla forma rettangolare e con una lunga tracolla regolabile da indossare intorno al corpo. Può avere orientamento sia orizzontale che verticale.

Un esempio di borsa modello messenger

Clutch (Pouchette / Pochette) + Envelope (Bustina)

Questa borsa dalle dimensioni contenute, sfoggiata tra le mani (oppure tra il braccio e il corpo) di chi la indossa, non possiede alcun tipo di tracolla.

 

Un esempio di borsa modello bustina

La Bustina (in foto) ne è una variante: la chiusura assume appunto la forma di una busta.

Wristlet (Borsa da polso)

Una piccola borsetta a mano dotata di un manico da polso simile ad un bracciale. Simile alla clutch per forma ma non per dimensioni, può anche avere una chiusura metallica.

Un esempio di borsa modello wristlet

Shoulder bag (borsa da spalla) + Crossbody (tracolla)

La borsa da spalla fu ideata agli inizi degli anni ‘30 per permettere alle donne di avere le mani libere. Ha avuto dimensioni da piccole a medie. Oggi può essere anche di grandi dimensioni e ha manici da spalla o una catenella.

La crossbody è una variante della borsa da spalla e ha una tracolla lunga, spesso regolabile.

Storicamente la tracolla nasce come borsa adatta ai viaggiatori e alle persone che svolgevano un lavoro faticoso, come i contadini.

Quando la borsa diventerà un accessorio prettamente femminile, le donne preferiranno la tracolla in ogni epoca in cui si sia voluto enfatizzare il ruolo di parità  nella società, come durante il movimento delle suffragette di inizio Novecento, o quello femminista degli anni sessanta.

Un esempio di borsa modello crossbody

Drawstring (Coulisse)

Borsa con chiusura ad occhielli e cordino nella parte superiore. Questo tipo di borsa può formare la tracolla oppure prevederne una a parte.

Un esempio di borsa modello drawstring

Backpack (zainetto)

Una borsa con tracolla doppia da indossare sulle spalle.

Un prototipo di borsa zainetto

Satchel

Borsa dalla forma quadrata o cupoliforme, fondo ampio e piatto, e due manici corti. Il fondo solitamente poggia su piedini metallici o di plastica. Può avere dimensioni varie.  Si tratta di una delle forme di borsa più attuali e rivisitate.

La tipica forma di una borsa "bolide"

 

Una curiosità: la borsa “Bolide” di Hermès, presentata nel 1923, sarà la prima borsa con chiusura-lampo della storia. L’idea era nata nel 1916, quando durante un soggiorno negli Stati Uniti, aveva osservato il sistema di chiusura della capote delle automobili Cadillac.

Luggage Handle

Una borsa con manico o impugnatura rigida.

Un esempio di borsa modello luggage bag

Tutti i motivi di un pattern. Dalla progettazione alla stampa tessile

Frattali e pattern design, un esempio

Una volta stampati, tessuti semplici possono trasformarsi in superfici magicamente decorate e colorate.

Un pattern può richiamare alla mente epoche e stili, suggestioni dell’inconscio e correnti artistiche, contribuendo non poco alla riuscita di un capo o di un accessorio.

Il disegno di tessuti stampati ha prodotto nel tempo numerosi stili e immagini da quando i primi motivi ripetuti furono applicati per la prima volta su stoffa, e rappresenta oggi un settore creativo di rilievo in continua evoluzione.

Modulo, motivo, pattern: un’introduzione

Il pattern naturale sulle ali di una farfalla

Anzitutto possiamo dire che i pattern si trovano ovunque intorno a noi. Questo termine inglese si riferisce, a seconda del contesto, ad un disegno, modello, schema, o struttura ricorrente.

Usato come sinonimo di texture, il termine pattern indica una trama o una regolarità all’interno di un insieme di oggetti osservati. Basta pensare alle macchie sulle ali di una farfalla, ad un bosco di betulle, ai frattali.

In architettura e nel design, il termine pattern indica la ripetizione geometrica di un motivo grafico su un piano e il disegno ornamentale di una superficie, quale può essere un tessuto, una tappezzeria o una pavimentazione.

La composizione di un pattern è data dal moltiplicare e affiancare tra loro, secondo una griglia più o meno visibile, i cosiddetti moduli, le unità che compongono i motivi all’interno dell’intera composizione.

Semplici o complessi, simmetrici o asimmetrici, tutte le immagini o i motivi identici o simili che vengono ripetuti possono diventare dei pattern. Più la ripetizione è simmetrica, più è facile riconoscere il modulo di base.

In passato, la scelta delle dimensioni del modulo per un motivo era abbastanza limitata: piccole per l’abbigliamento e più grandi nell’arredamento. Oggi questa convenzione non viene più necessariamente seguita.

Nei tessuti per l’arredamento e la moda, il pattern ha  attraversato numerose evoluzioni, liberandosi, attraverso la tecnologia digitale, delle principali costrizioni, riguardanti il rapporto dimensionale e la ripetizione.

Nelle stampe digitali su stoffa infatti, non esistono più i limiti imposti dalle dimensioni del telaio serigrafico, consentendo la stampa del pattern senza ripetizioni, oppure con moduli di grandi dimensioni.

Breve storia delle principali tecniche di stampa tessile

Il metodo più antico per realizzare stampe su tessuto è forse la xilografia, una tecnica risalente a prima del 1000 a.C.

Questa prevede l’utilizzo di uno scalpello a punta fine per intagliare un motivo o un’immagine su un blocco di legno, che viene successivamente inchiostrato e premuto su un taglio di stoffa.

In questo modo si genera la prima impressione; ripetendo la procedura si crea il motivo su tutta l’estensione del tessuto.

A metà del XVII secolo la stampa a cilindri meccanizzata segna la nascita della produzione in massa di tessuti stampati;

I tessuti xilografati rappresentano così, dal volgere del XIX secolo, un mercato di nicchia, a causa del gran dispendio di manodopera che questo tipo di produzione implica.

Una svolta radicale nella stampa tessile avviene con l’invenzione negli anni ’30 della serigrafia in piano, meccanizzata negli anni ’50, per approdare nel 1962 alla serigrafia rotativa, oggetto fino ad oggi di continui perfezionamenti.

Il principio originario alla base della serigrafia è quello dello stencil: su una garza di seta dalla trama molto fitta, tesa attorno a una cornice veniva applicata una lacca, che fungeva da copertura per creare lo stencil.

Dove le aree non erano laccate si formavano così i motivi da stampare. Il telaio veniva collocato sulla stoffa e con uno strumento apposito, la racla, si premeva a mano una pasta colorante attraverso la maglia.

La stoffa veniva lasciata asciugare tra una stampa e l’altra dei vari colori.

La serigrafia rotativa si basa sugli stessi principi del procedimento in piano. Un cilindro in nichel con microperforazioni crea lo stencil ruotando continuamente a contatto con la stoffa.

La pasta colorante viene premuta attraverso lo stencil con l’ausilio di una racla fissa all’interno del cilindro. Si possono usare fino a ventiquattro cilindri per stampare un disegno a più colori.

CMYK: la sigla sta per Cyan, Magenta, Yellow, black

Con la più recente stampa digitale a getto d’inchiostro invece, piccole gocce di inchiostri di diversi colori vengono proiettate sulla stoffa, secondo micro-matrici prestabilite.

Ogni matrice rappresenta un elemento minimo (pixel) del disegno creato (o importato) al computer.

La stampante è controllata da un software noto come driver di stampa. Questo raccoglie i dati del file di grafica contenente il disegno, e li converte in dati in uscita, che vengono elaborati.

L’informazione viene quindi inviata al microprocessore o memoria della stampante per un’ulteriore elaborazione. L’istruzione finale controlla i congegni elettromeccanici e i sistemi di getto delle testine delle stampanti.

Principali categorie di fabric design


Motivi floreali

Pattern Paper flowers - pale pink

Il portfolio dei disegni, a volte definiti “botanici”, è molto esteso e copre l’ampio settore dei fiori e delle piante, dalle classiche rose inglesi alle orchidee tropicali e ai fiori alpini, da palme e piante grasse fino a un tripudio di foglie e frutti di ogni tipo.

Gli stili utilizzati possono essere i più svariati e rispecchiare le più diverse culture visive o le più diverse concezioni estetiche.


Paisley

Un classico dei tessuti stampati. Costantemente reinventato, ha portato a centinaia di interpretazioni differenti.

Il paisley è originario dell’India, dove è molto diffuso storicamente e culturalmente. Esistono varie teorie riguardo a ciò che possa avere ispirato la sua nascita.

Una teoria sostiene si tratti dell’adattamento di una pigna indiana, una seconda invece, che sia ispirato all’albero della vita o al mango.


Disegni illustrativi / figurativi

La toile de Jouy mescola paesaggi e scene figurative, spesso con un fondo narrativo, e ha iniziato ad avere successo dalla metà del XVIII secolo.

Tradizionalmente la toile de Jouy veniva stampata a un solo colore – quasi sempre blu o rosso – su cotone bianco.


Pattern geometrici / astratti

Un esempio di pattern geometrico

Dopo i motivi floreali, circolari e a pois, quello di ispirazione geometrica è il più diffuso pattern stampato su stoffa, largamente usato sia nella moda che nell’interior design.


Pattern novelty

Un esempio di pattern novelty

I pattern novelty accolgono un ampio ventaglio di temi, che di solito includono una creatura o un oggetto e possono rappresentare una scena, un paesaggio o un panorama urbano.

Il motivo può essere sottratto al suo contesto d’origine e riposizionato in un layout formale come una griglia o una serie di strisce, e può includere dipinti di genere, fotografie e modelli architettonici.

I pattern novelty includono anche temi stravaganti, commemorativi e architettonici.


Culture del mondo

Questa espressione descrive ciò che tradizionalmente viene definito design etnico. Essa include i disegni tessili e le arti visive provenienti da altre culture, e la loro rispettiva interpretazione occidentale.

Conclusioni (molto provvisorie)

Tutte le categorie nominate finora vengono continuamente riviste e ampliate dal lavoro creativo dei designer e  quasi certamente porteranno alla nascita e al consolidamento di ulteriori nuovi generi.