Abiti Puliti (dal 1989)

sostenibilità nelle filiere della moda

Originariamente fondata nel 1989 nei Paesi Bassi, e oggi diffusa in 14 paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Irlanda, Norvegia, Polonia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito), la Clean Clothes Campaign (Campagna Abiti Puliti) rappresenta la più grande alleanza di sindacati ed ONG attive nel settore del tessile, che lavora con una rete di circa 250 organizzazioni in tutto il mondo.

Le sue aree principali di azione riguardano la sostenibilità nelle filiere della moda, in particolare:

Tutte interessano il miglioramento delle condizioni lavorative nel settore dell’abbigliamento e i diritti fondamentali dei lavoratori, e si realizzano tramite opere di sensibilizzazione, ricerca, azione diretta, e reti di collaborazione.

Il prezzo della globalizzazione

Dato il contesto attuale,

  • Flessibilità del lavoro e conseguente crisi strutturale
  • Divisione nell’organizzazione della produzione e del consumo da parte delle società richiedenti (marchi e grande distribuzione) da un lato, e dei grandi produttori orientati all’esportazione dall’altro

possiamo osservare che:

  • La grande distribuzione mira solo all’ideazione del prodotto e alla sua distribuzione (design/marketing/pubblicità), mentre i grandi processi intensivi di lavoro rimangono senza risorse.
  • Distaccandosi dai processi materiali (attraverso appalti esterni) i grandi marchi hanno risparmiato sui salari e sulla sicurezza sociale. Sono così passati dalla domanda di un tipo di lavoro ben remunerato ad un mercato di bassi salari e poca organizzazione sociale.
  • Viene così capitalizzato il solo lavoro di pochi lavoratori di base (manager, tecnici, designers, innovatori), anche chiamati lavoratori simbolici poiché si occupano di ideare e seguire i processi lavorativi, frammentati a livello globale.
Foto di matham315 da Pixabay

Questo ristretto gruppo ha garanzie di regolarità contrattuale, sicurezza e stipendi alti, mentre gli aspetti piu’ intensivi del lavoro sono svolti dai lavoratori periferici.

  • Ne risulta una produzione deterritorializzata, in cui le grandi aziende non sono tenute a porgere attenzione agli aspetti di mantenimento della forza lavoro. E la legislazione spesso non è neppure di supporto alla risoluzione legale delle problematiche.
  • Nelle grandi industrie intensive la riorganizzazione sociale del processo di lavoro (subappalti e sfruttamento della manodopera) ha portato all’isolamento i lavoratori e impedito loro organizzazione collettiva e il giusto guadagno.

Perché è così difficile ottenere risultati all’interno di sistemi di produzione globale?

  • Repressione dei diritti politici e sindacali in importanti paesi di produzione.
  • Atti di discriminazione da parte dei datori di lavoro nei confronti di membri del sindacato o dei lavoratori sospettati dell’organizzazione di attività di protesta e rivendicazione.
  • Fabbriche localizzate in aree con grandi quantitativi di forza lavoro, mentre il livello di abilità richiesto è generalmente basso. L’esistenza di un ‘esercito di riserva’ di lavoro da cui attingere può essere facilmente sfruttata per disciplinare i singoli lavoratori, oppure per autorizzare lo spostamento di interi impianti di produzione in base alle azioni collettive dei lavoratori. La ridondanza dei lavoratori può anche essere impiegata per tagliare costi salariali e intensificare il livello di lavoro. La mancanza di un impiego alternativo significa che molti lavoratori non possono permettersi di rischiare il posto di lavoro.
  • Mancanza di risorse, come una forza lavoro informata, mancanza di tempo, di denaro, o di una gestione locale che comprenda l’importanza della libertà di associazione e la contrattazione collettiva.
  • Relazioni di genere diseguali. Giovani donne (o adolescenti) sono spesso reclutate perché i datori di lavoro le considerano docili, instancabili, e naturalmente idonee alle eseguire lavori ripetitivi.
  • Una modalità di produzione frammentata tra molti siti produttivi e paesi, rendendo difficile il raggiungimento di una organizzazione collettiva. I grandi marchi diffondono produzione in decine di paesi con (spesso) centinaia di fornitori. Questa strategia di regolazione riduce il potere contrattuale di lavoro e consente di sfruttare la rigidità della localizzazione delle forze lavoro.
  • La precarietà del lavoro: tutti i lavoratori che hanno contratti temporanei o stagionali non sono mai certi che i loro contratti saranno rinnovati.
  • L’emergere della catena di fornitura globale ha modificato i rapporti di forza tra datori di lavoro e sindacati e indebolito tradizionali meccanismi regolatori associati allo Stato.
  • La richiesta del mercato internazionale ha separato le corporazioni delle comunità specifiche dai loro rispettivi bacini di forza lavoro. Ne risulta che le aziende possono mettere uno contro l’altro i lavoratori provenienti da aree diverse e da regimi giuridici diversi.
Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Il potere strutturale delle grandi imprese

Da un punto di vista aziendale il potere strutturale si esprime quando i dipartimenti di acquisto di grandi multinazionali decidono di non fornirsi presso sistemi di fabbriche sindacalizzate, oppure quando decidono di fare ingenti ordinazioni da paesi dove i diritti dei lavoratori vengono significativamente violati.

La possibilità di trasferire la produzione è un altro esempio di potere strutturale ingiusto a disposizione delle aziende.

Politiche di deregolamentazione e neoliberiste hanno spinto molti governi a ristrutturare il settore del lavoro per sopprimere l’attività sindacale e promuovere il lavoro flessibile.

Mentre i diritti e le tutele giuridiche per le società sono stati notevolmente estesi e sempre più istituzionalizzati attraverso l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), regionale e/o con accordi commerciali bilaterali.

Aspetti macro economici

La frammentazione globale della produzione ha trasformato i salari in un costo internazionale di produzione invece di trattarli come una sorgente locale di richiesta.

La divisione organizzativa tra società globalizzate e produttori orientati all’esportazione hanno minato il legame tra il costo del lavoro nell’ambito della produzione e del potere d’acquisto nel settore del mercato.

I due scenari che si stanno materializzando sono da un lato il fatto che i costi flessibili del lavoro continuano a subire una pressione verso il basso.

Dall’altro, l’aumento eccessivo della capacità di produzione fa sì che i profitti possano essere ottenuti solo a fronte di tagli nei costi di produzione, generando così una crisi di sovraproduzione e deflazione con il crollo dei costi di esportazione, una crescente produzione industriale, risultati in maggiori esportazioni a scapito di salari ridotti e/o prezzi di esportazione che crollano con velocità maggiore rispetto all’aumento della produzione.

A fronte di un’economia sempre piu’ globalizzata il pericolo è che crescano ulteriormente la disparità a livello salariale, di costo del lavoro e negli standard del lavoro stesso, la cosiddetta “corsa al ribasso”.

sostenibilità nelle filiere della moda
Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Aspetti micro economici

Le tendenze macro economiche altro non sono che aggregati di pratiche micro economiche di singole imprese.

Sono i grandi brand (società, retailer, agenti), ad organizzare le condizioni d’acquisto per i propri prodotti.

Pratiche di acquisto che contribuiscono al deteriorarsi delle cattive condizioni di lavoro sono spesso associate a:

  • rapporti instabili con i produttori
  • ordini instabili e oscillanti
  • esigenza di tempi di consegna più brevi
  • prezzi ridotti

Molte di queste pratiche sono progettate per trasferire i rischi al fornitore.

Questo modello concede agli acquirenti una grande flessibilità, lasciando i fornitori con poco o nessun incentivo a investire nella forza lavoro, per aumentare la produttività, o cambiare le proprie strategie di business, che si basano meramente sullo sfruttamento della manodopera.

Foto di Bruno /Germany da Pixabay

Human Rights Due Diligence (HRDD): policy obbligatorie in Europa?

A fine gennaio 2021 la Commissione Giuridica del Parlamento Europeo ha richiesto alla Commissione Europea di proporre formalmente una proposta di direttiva per una legge europea sulla responsabilità d’impresa nelle catene di fornitura globali.

La proposta verrà votata durante la prima seduta plenaria di Marzo 2021.

Successivamente, per permetterne l’entrata in vigore, il Parlamento Europeo e i 27 Stati Membri dovranno però trovarsi in accordo sul testo.

Approfondimenti

Estratti dall’articolo di Jeroen Merk:

“The structural crisi of Labour Flexibility: Strategies and Prospects for Transnational Labour Organizing in the Garment of Sportswear Industries”, Clean Clothes Campaign 2008

Fashioning justice. A call for mandatory and comprehensive human rights due diligence in the garment industry, Clean Clothes Campaign, January 2021

(Immagine in evidenza di stokpic da Pixabay)